Appuntamenti filosofici con critici e scrittori, da Galimberti a Fusaro

Un invito a riflettere sul domani per tentare di fare chiarezza, tra previsioni disincantate e speranze, ci viene offerto dalla rassegna Terre del futuro: nove parole per guardare lontano, il nuovo ciclo di conferenze organizzato dalla biblioteca comunale di Misano Adriatico, che si terrà, come consuetudine, nei mesi di ottobre e novembre. La kermesse filosofica, a cura del direttore Gustavo Cecchini, costituisce da oltre due decenni un appuntamento culturale di primo piano ed anche quest’anno vedrà, nei nove incontri in calendario, l’avvicendarsi di alcuni tra i massimi intellettuali italiani. Ognuno di essi tratteggerà un quadro del futuro che ci attende partendo da una parola che ritiene ne sia particolarmente rappresentativa.

La rassegna si aprirà con Umberto Galimberti (mercoledì 4 ottobre), che porrà all’attenzione del pubblico il tema della Libertà. La nostra è un’epoca, sostiene il filosofo, contrassegnata dall’assenza di futuro. È il tempo del nichilismo profetizzato da Nietzsche: manca il fine; manca la risposta al “perché?”. Una perdita di senso che ha visto nella società contemporanea l’affermarsi incontrastato del dominio della tecnica e dal mercato, di cui l’uomo risulta ormai succube, ingranaggio di una macchina che lo annichila. Davanti a questo cupo scenario c’è da chiedersi se vi sia una via d’uscita. La strada da seguire sembrano indicarcela gli antichi Greci: conosci te stesso e diventa ciò che sei. Per tornare a levare lo sguardo al futuro occorre liberarsi dai condizionamenti del mondo e riscoprire la propria identità interiore. È nel prendere coscienza delle proprie capacità e nel portarle a compimento che risiede infatti il senso dell’esistenza di ciascuno di noi.

La Verità sarà al centro del dibattito che vedrà interrogarsi sulle sorti della civiltà umana il genetista Edoardo Boncinelli ed il filosofo Umberto Curi (venerdì 13 ottobre). Strenuo sostenitore della scienza in opposizione ad ogni forma di metafisica e dogmatismo, Boncinelli si confronterà con Curi sull’idea che la verità sia non qualcosa di oggettivabile e di per sé dato, bensì espressione di un continuo processo di ricerca. Ed è nella condivisione di tale processo che può scorgersi il viatico con cui affrontare il cammino verso il futuro, partendo dall’assunto che vuole la nostra libertà andare di pari passo con l’avanzare della nostra conoscenza. Così, come nel mito della caverna narrato da Platone nella Repubblica, la ricerca della verità diventa un processo di liberazione: solo spezzando le catene dell’ignoranza sarà possibile essere liberi.

Seguirà un ulteriore confronto (venerdì 20 ottobre) nel quale il poeta e filosofo Marco Guzzi interloquirà insieme al giovane pensatore Diego Fusaro sul tema della Rivoluzione. Opinione condivisa è che mai come oggi si è avvertito in Occidente il bisogno di un nuovo inizio. Mai, infatti, avevamo toccato un punto così estremo di crisi. La rivoluzione, che, come scriveva Schlegel due secoli fa, costituisce l’essenza stessa del tempo moderno, torna con urgenza a riproporsi alla fine della modernità. Ma per Guzzi, animato da spirito cristiano, essa sembra anzitutto richiedere una conversione interiore. Si tratta di un cambiamento mentale e culturale prima ancora che politico ed economico. Fusaro, al contrario, mette in guardia dall’uso inflazionato che correntemente si fa della parola rivoluzione, divenuta ormai un concetto logoro ed onnicomprensivo. L’unica vera rivoluzione, di cui non si parla più, è, chiarisce, quella politica e sociale. E di qui occorre ripartire.

L’intervento di Carlo Sini alla rassegna (venerdì 27 ottobre) avrà invece ad oggetto la Memoria ed il rapporto intrattenuto dalla stessa con l’avvenire. La storia, secondo il filosofo, non procede in modo lineare, bensì seguendo un andamento a spirale. Il suo farsi è il nuovo che accade nella forma del vecchio; ritorno al passato e novità insieme. Il futuro dell’uomo non può allora prescindere dalla memoria, in assenza della quale la civiltà si corrompe e gli esseri umani tornano selvaggi, privi delle Muse, come ebbe a dire l’anziano sacerdote egiziano all'ateniese Solone. L’esercizio della memoria, quell’arte antica che si fa risalire a Simonide di Ceo, assume quindi una fondamentale importanza. Ma quanti, oggi, praticano tale arte? Chi ricorda Simonide e chi Solone? E, ancora, quale cultura della memoria è possibile in una società come la nostra dominata dai mezzi di comunicazioni di massa? Sono questi gli interrogativi cui Sini cercherà di fornire risposta. Ma il futuro richiede anche Fiducia. Ed è proprio su ciò che richiamerà l’attenzione del pubblico il filosofo Salvatore Natoli (venerdì 3 novembre). L’incertezza del domani che permea la nostra epoca ci induce a vivere confinati nell’esistente senza alcuna progettualità. Diffidiamo degli altri, costruiamo barriere, in una società sempre più disgregata e dominata dall’indifferenza. Serve fiducia, asserisce Natoli, per non perdersi nel presente, ma fare progetti ed impegnarsi per il futuro. E serve fiducia per uscire dall’isolamento, tornando a scoprire il valore della reciprocità. L’uomo è un nodo di relazioni e, se non accetta il rischio di mettersi nelle mani degli altri, muore ancora prima di essere tradito. Per esistere deve dunque fidarsi.

Senza fiducia non ha futuro. Intervenendo alla rassegna (venerdì 10 novembre) l’economista Stefano Zamagni inviterà a riflettere, quale orizzonte cui dirigere il corso storico, sull’idea di Felicità sostenibile. Teorico dell’economia civile, sistema di economia di mercato che, a differenza del capitalismo, non fa del profitto il proprio fine, proponendosi di perseguire il bene comune, Zamagni ritiene si debba uscire dall’equivoco contemporaneo secondo cui la felicità risiede nell’accumulazione di beni. Non basta soddisfare i propri bisogni per essere felici: la felicità, infatti, si fonda anzitutto sulla relazione, sul riconoscimento. Occorre allora pensare ad un diverso modello di sviluppo, nel quale la vita dell’uomo non venga risucchiata dal lavoro nell’ossessione di produrre reddito, ma lasci spazio alla famiglia ed alle amicizie, consentendo di rapportarsi positivamente agli altri. Giacché, come sosteneva Aristotele, non si può essere felici da soli.

È invece Umanesimo la parola con cui farsi interpreti del futuro per Massimo Cacciari, che argomenterà diffusamente le ragioni di tale scelta nel corso della propria conferenza (mercoledì 15 novembre). Volgendo la sguardo al mondo classico gli umanisti hanno saputo imprimere un notevole rinnovamento alla società medioevale. Allo stesso modo, fare tesoro del lascito dell’Umanesimo può fornire significativi stimoli nel vincere le sfide del nostro tempo. Come la cultura umanistica è stata in grado di valorizzare il confronto fra orizzonti culturali assai lontani, compiendo una grande opera di traduzione dal mondo antico, dal greco e dell’ebraico, così oggi, di fronte alla globalizzazione, è quanto mai necessario promuovere il dialogo tra diversi ed il riconoscimento reciproco. L’alternativa cui altrimenti si va incontro è una società nella quale ci si evita, fondata sull’indifferenza, che avvalla la sola religione economica. Una società, in definitiva, dove non c’è più posto per l’uomo. Nel dirigere la vista verso l’avvenire non si può peraltro non scorgere la speranza che spesso sostiene lo sguardo.

Quella fiduciosa attesa di un futuro migliore che, assumendo a riferimento un campo di indagine attualissimo, è possibile rinvenire negli occhi dei migranti. Su di essa si soffermerà, nell’incontro dedicato a Immigrazione e speranza (venerdì 17 novembre), Nicola Mai, professore di sociologia presso l’Università di Kingston a Londra. I nostri schermi sono saturati quotidianamente di immagini che ci parlano della sofferenza dei migranti, vittime di tratta, naufraghi, moderni schiavi. Questo immaginario di disperazione e vittimizzazione contrasta fortemente con la determinazione e la speranza che animano la mobilità di tanti uomini e donne. Analizzando le loro traiettorie esistenziali proprio attraverso la metafora della speranza, Mai proporrà nuovi paradigmi interpretativi dei fenomeni migratori che stanno attualmente interessando l’Italia ed il resto dell’Europa. Concluderà la rassegna la parola Amore (venerdì 24 novembre). A spiegarne il significato in relazione alle sfide che si pongono di fronte a noi sarà Michela Marzano, docente di filosofia morale all’Università Descartes di Parigi. Amare significa aprirsi all’altro riuscendo a superare il proprio egoismo; significa riconoscere la diversità altrui rifiutandone l’omologazione a modelli precostituiti. È solo affrancandosi dalla spasmodica ricerca dell’affermazione di sé veicolata dalla società contemporanea e dall’estenuante tentativo di adeguarsi agli standard da questa imposti che la nostra vita ed il mondo possono trovare riparo. Occorre, per Marzano, fare pace con ciò che non si ha e con ciò che non si è per scoprire la bellezza dello stare insieme all’altro e sperimentare l’amore. Quel sentimento che unico ci dà forza

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