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Giovedì, 13 Giugno 2024
Cronaca

A processo per rapina e sequestro di persona, il Dna non risolve il cold case: assolto

I giudici del Collegio hanno accolto la tesi difensiva dei legali dell'imputato che avevano sempre contestato la ricostruzione fatta dall'accusa

Tracce di Dna e impronte digitali non hanno permesso di risolvere il cold case della rapina con sequestro di persona avvenuta a Morciano il 4 novembre del 2013 e, l'imputato, è stato assolto per insufficienza di prove. L'uomo, attualmente ai domiciliari per un cumulo di pene, è stato ritenuto non colpevole grazie alla tesi difensiva portata avanti dagli avvocati Vincenzo D’Agostino del foro di Viterbo e Marco Tarek Tailamun del foro di Rimini. I legali, infatti, hanno convito i giudici del Collegio sottolineando come all'epoca della rapina i due autori indossassero dei guanti e che quindi le impronte ritrovate dagli inquirenti su nastro adesivo e fascette usati per bloccare la vittima, insieme a quelle di altre persone mai identificate, potevano essere state lasciate sui reperti dal loro assistito in epoca precedente al fatto. Aspetti che, quindi, hanno portato all'assoluzione del 53enne.

All'epoca, per quel colpo particolarmente feroce che aveva fruttato oltre 7 mila euro, erano già stati indagati 2 cuochi poi scagionati a distanza di 10 anni dal Dna che non corrispondeva al loro profilo genetico. Quella notte, al momento della chiusura dell'attività che ospitava anche delle slot machine, il dipendente dell'attività si era trovato davanti 2 individui incappucciati che lo avevano bloccato immobilizzandolo con delle fascette e dello scotch per poi rinchiuderlo in uno stanzino. Dopo aver reso inoffensivo, i malviventi avevano depredato la cassa per poi fuggire facendo perdere le loro tracce. La vittima, con estrema fatica, era riuscito a liberarsi e passando da una bocchetta per l'aerazione uscire dal ripostiglio e a dare l'allarme facendo intervenire i carabinieri.

Gli inquirenti dell'Arma avevano iniziato le indagini, acquisendo le immagini delle telecamere di videosorveglianza, e su indicazione del rapinato avevano stretto il cerchio intorno a due cuochi che frequentavano la sala slot sospettandoli di essere gli autori della rapina ma le prove nei loro confronti erano estremamente traballanti tanto che poi vennero completamente scagionati. A chiarire la posizione dei sospetti, dopo10 anni, era arrivato il Ris di Parma. Durante il sopralluogo effettuato dai carabinieri subito dopo il colpo, infatti, gli investigatori avevano repertato sia le fascette che lo scotch utilizzati per immobilizzare il dipendente e già all'epoca era stato possibile ricavare sia il Dna che le impronte digitali di uno dei malviventi. Il profilo genetico era stato inserito nel database delle forze dell'ordine ma, all'epoca, non aveva dato nessun risultato. 

Il tempo è trascorso inesorabile ma, nel frattempo, l'archivio dei Dna si era arricchito di nuove informazioni legate a nuovi fatti di cronaca e con gli aggiornamenti è stato possibile trovare un riscontro al profilo genetico individuato nel 2013. La compatibilità ha così permesso di individuare come uno dei presunti autori di quella rapina un romano 53enne già noto alle forze dell'ordine per reati specifici. Nei confronti dell'uomo si era così aperto il processo con l'accusa di sequestro di persona e rapina col pubblico ministero che, ravvisando le aggravanti della recidiva, aveva chiesto nei confronti dell'imputato una condanna a 10 anni e 6 mesi. La prova del Dna e delle impronte digitali, tuttavia, era stata contestata fin da subito dalla difesa del 53enne la quale ha sempre sostenuto che gli indizi dimostravano solamente come il proprio assistito fosse solo venuto a contatto con quei reperti che non dimostrerebbero la sua colpevolezza in quel colpo.

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