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Cronaca

Telecamere di videosorveglianza hackerate: spiavano case, palestre e piscine rivendendo online foto e filmati

Nell'operazione della Polizia postale di Milano coinvolto anche un 17enne riminese, dieci le perquisizioni effettuate dagli inquirenti in tutta Italia

Migliaia di spiati. A casa, in uno spogliatoio, all'interno di uno studio medico. Il menu veniva offerto à la carte: "Appartamenti, spiagge nudisti, hotel, palestre, piscine, nightclub, bagni", ovunque ci fosse una telecamera interna collegata a Internet e di modesta sofisticazione tecnologica. E più che "finestra sul cortile" (o "Rear window", il titolo originale del capolavoro di Hitchcock che ha dato il nome all'inchiesta), l'effetto era quello di un gigantesco Grande Fratello amatoriale a beneficio di migliaia di spioni da remoto. E a pagamento, ma a cifre contenute per raggiungere la più larga fetta di pubblico possibile. "L'accesso costa 20 € ed è per sempre!", ammiccava l'annuncio su Telegram, promettendo un "canale in continuo aggiornamento". Ma c'era anche una versione evoluta, una tariffa Vip da 40 euro che regalava ai voyeur le password per connettersi direttamente con le telecamere violate, e scegliere quali e quando guardare, alla ricerca del dettaglio piccante, della sbirciata su uno spogliarello involontario, o su un momento di intimità.

I due gruppi criminali neutralizzati dalla Polizia postale di Milano, guidata dalla dirigente Tiziana Liguori, agivano in parallelo e avevano una struttura ben delineata: giovanissimi gli hacker all'attacco degli Nvr ( i videoregistratori digitali), compreso un diciassettenne riminese dalla strabiliante abilità informatica, più esperti i promotori, compreso un grafico pubblicitario 43enne, di Milano, che faceva soltanto il pr, come si faceva una volta per le discoteche. C'erano perfino i controllori della qualità delle immagini rubate alle ignare vittime, riprese attraverso comuni telecamere collegate al web: dalla Rete, i frame intimi diventavano pubblici e quegli occhi elettronici diventavano "spy-cam", gonfiando "un maxi archivio - diceva ancora il claim - dove puoi trovare materiale unico". Proibito. E vietatissimo.

L'inchiesta, coordinata dai pubblici ministeri Giovanni Tarzia e Laura Baj Macario, e dagli aggiunti Letizia Mannella ed Eugenio Fusco, è partita nel 2019 seguendo due filoni. Il primo, nato da una segnalazione della Polizia Postale neozelandese, ha portato a un arresto per possesso di materiale pedopornografico: sviluppando il materiale elettronico sequestrato, gli investigatori hanno trovato tracce di questo commercio clandestino. Che è esploso con la pandemia e la moltiplicazione dell'uso di chat, webcam e annessa tecnologia domestica.

Altre sono arrivate dalla denuncia di un utente di una piscina della provincia di Monza, infastidito per la presenza di telecamere a circuito chiuso in spogliatoio: erano state installate a seguito di furto ma le immagini, aveva scoperto suo malgrado, circolavano dove non dovevano. Dieci le perquisizioni effettuate dalla Postale in tutta Italia: da Milano a Roma, da Maranello a Ovada, da Sanremo a Treviso e giù verso Rimini, Pisa, Caserta e Ragusa. In totale sono stati sequestrati 10 smartphone, 3 workstation, 5 computer portatili, 12 hard disk e svariati spazi cloud, oltre a tutti gli account social utilizzati dagli inquisiti. Undici gli indagati, compreso un cittadino ucraino al momento irreperibile.

Si pagava in cryptovaluta - il volume d'affari certificato è di almeno 50mila euro - iscrivendosi a un canale Vk (la piattaforma social più diffusa in Russia) o su Telegram, dove gli "spioni" rassicuravano gli aspiranti clienti: "Tranquilli, non sarete scoperti, la polizia italiana mette le denunce nel cassetto". E proprio il senso di impunità, raccontano gli investigatori, aveva abbassato il livello di cautela degli indagati, con i loro messaggi promozionali espliciti.

"Un fenomeno diffuso e molto preoccupante - ragiona il procuratore aggiunto Fusco - per la crescente morbosità che abbiamo registrato negli utenti". I quali, se identificati, rischiano a loro volta una denuncia. Ma è un altro il rischio più grave: "Che i minori trascurati dalle famiglie e a contatto con le webcam - ammonisce la collega Mannella - possano essere oggetto di violenze ben più gravi. Continueremo a indagare".

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