Fu un omicidio dettato dall'omofobia: per Marco Zinnanti chiesto l'ergastolo

Dura requisitoria del pubblico ministero, Davide Ercolani, per l'assassinio di Leonardo Bernabini avvenuto a Covignano nel settembre del 2012. Il 24enne riminese ha tentato la carta della richiesta del perdono con una lettera ai familiari

"Marco Zinannti ha premeditato l'omicidio di Bernabini, la sua determinazione nel volerlo uccidere è più che acclarata. Una volontà malvagia che, dopo il primo colpo mortale che ha fatto esplodere il cranio del taxista abusivo, si è accanita sul corpo del poveretto con un secondo colpo quasi come a voler sfregiare ulteriormente la propria vittima". Una dura requisitoria, quella del pubblico ministero Davide Ercolani davanti al gip Sonia Pasini, nel processo che vede imputato Marco Zinnanti per l'assassinio avvenuto il 2 settembre del 2012 a Covignano. L'udienza di giovedì, che ha visto oltre a quella del pm anche la requisitoria della parte civile della famiglia Bernabini, si è aperta con la richiesta della difesa di Zinannti, sostenuta dall'avvocato marco Ditroia, di far acquisire una lettera scritta dal 24enne in carcere e indirizzata ai familiari della vittima. Una richiesta alla quale il pm si è opposto, sostenendo che per il contenuto della stessa Zinnanti era stato "imbeccato" ad arte e, per questo motivo, il 24enne ha voluto rilasciare una spontanea dichiarazione in aula per ripetere a voce quanto scritto. "Quella lettera l'ho scritta io - ha spiegato Zinnanti - non mi sarei mai sognato di farmi aiutare da altre persone. Mi pento del mio gesto e per il danno causato alla famiglia e ai figli di Bernabini. Chiedo perdono davanti a tutti qui in aula".

Nella sua requisitoria il pm ha voluto ripercorrere tutti i momenti di quel drammatico 2 settembre da quando, la sera precedente, Zinnanti ha iniziato a bere insieme ai suoi amici e a frequentare vari locali di Rimini per poi approdare, quasi all'alba, nella discoteca Classic. Qui, dopo aver discusso con alcuni buttafuori, il 24enne ha deciso di allontanarsi per rientrare a casa salendo sulla Opel di Bernabini. "Quando Bernabini lo ha caricato in auto - ha sottolineato il pubblico ministero - ha firmato la sua condanna a morte non sapendo di aver fatto salire nell'abitacolo il proprio boia". Secondo quanto poi dichiarato da Zinnanti, interrogato dalla polizia, Bernabini gli avrebbe fatto delle proposte di natura omosessuale che avrebbero mandato su tutte le furie il 24enne (che solo due mesi prima aveva sparato a un gay nel parco della Cava a Rimini) facendo così maturare nella sua testa il proposito di uccidere il 53enne. Dopo una sosta a casa di Zinannti, in via della Lince, dove il 24enne ha preso il fucile che custodiva in soffitta per poi avviarsi nella stradina di Covignano facendo credere a Bernabini di accettare le sue richieste.

Nella ricostruzione dell'omicidio, supportata da un plastico e dalle foto scattate dalla polizia Scientifica, il pubblico ministero ha sposato la tesi, supportata da testimoni e in parte dal medico legale, secondo cui Zinnanti (che si trovava nel sedile posteriore) è sceso dall'auto sparando il primo colpo alla testa di Bernabini. Una fucilata mortale, esplosa da un'arma a canne mozze, che ha devastato completamente il cranio dello sfortunato taxista abusivo e, non contento di averlo già freddato, il 24enne è sceso dall'abitacolo esplodendo un secondo colpo, che ha preso di striscio il 53enne, per "accanirsi sul corpo della vittima e uccidere Bernabini come un cane. Per questo gesto vigliacco e ignobile - ha proseguito Ercolani - se fossimo in tempo di guerra e se in Italia fosse ancora in vigore l'ordinamento militare, Zinnanti meriterebbe di essere fucilato alla schiena. Con il suo arresto abbiamo tolto dalle strade un soggetto estremamente pericoloso". Il pubblico ministero, nella sua richiesta di condanna, ha contestato al 24enne oltre alla premeditazione anche i motivi futili e abbietti chiedendo l'ergastolo oltre all'interdizione legale e dai pubblici uffici.

Durante la requisitoria, Zinnanti è rimasto sempre seduto a fianco del suo avvocato tenendo la testa bassa e, soprattutto, non guardando mai nè le foto della scena del delitto nè il plastico utilizzato per spiegare i movimenti suoi e della vittima. All'udienza hanno partecipanto anche i figli, la moglie e la sorella di Leonardo Bernabini e, proprio quest'ultima in uno scatto d'ira, ha intimato al 24enne di decidersi a dire la verità. Una richiesta che è arrivata anche dall'avvocato Vincenzo Gallo, parte civile. "E' ora che Zinnanti dica la verità - ha commentato il legale alla fine dell'udienza - non può, tra le altre cose, continuare a sostenere di non conoscere le armi quando, nel suo appartamento covo di via Teodorico, è stato trovato un arsenale oltre a droga, contanti e documenti contraffatti. Per i figli di Leonardo è insopportabile continuare a sentirlo raccontare che, il fucile, era di proprietà del loro papà. Questo si è trattato di un omicidio che, per la sua brutalità, ha sconvolto tutta la collettività riminese che ha percepito la pericolosità sociale di un suo concittadino. Per quanto riguarda la richiesta della pena, le nostre richieste sono in linea con quelle del pubblico ministero oltre a un risarcimento da un milione di euro per ogni familiare della vittima".

Il processo è stato quindi rinviato al prossimo 20 gennaio quando, a prendere la parola, sarà la difesa di Marco Zinnanti. La sentenza, invece, è prevista per il prossimo 29 gennaio.

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